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Prendersi le proprie responsabilità

Prendersi le proprie responsabilità è una cosa che pochi sanno fare perché vuol dire ammettere le proprie colpe e non è da tutti un atteggiamento del genere. Ammettere di aver sbagliato è sempre difficile e tante volte è più facile cercare delle scuse piuttosto che compiere il grande passo.

Quando si prendono le proprie responsabilità però vuol anche ammettere che è giusto pagare per quello che si è fatto, vuol dire essere disposti a rimetterci. Infatti, quando si hanno grandi resposabilità si hanno anche gli onori legati a questa responasabilità e quindi, a compensazione, ci sono anche gli oneri legati a questa responsabilità.

Fino ad adesso ho ripetuto varie volte la parola responsabilità perché se ne è sentito parlare tanto negli ultimi giorni. Prendete infatti le parole di Lippi e dei giocatori della nazionale di calcio: tutti che si prendono la responsabilità. Ok, va bene, ma mi vengono in mente alcune considerazioni:

  • se non se la prendono loro, chi se la deve prendere? Io che ero a casa a guardare la partita? Se faccio io il lavoro, la responsabilità è mia, se lo fanno loro dovrebbe essere loro. Sbaglio?
  • cosa vuol dire prendersi la responsabilità? dire “ok, ragazzi, abbiamo giocato da cani; adesso fatemi andare in vacanza e non se ne parli più”? A me non sembra molto corretto, dovrebbe esserci qualcosa in più.

Come detto prima, quando ci sono grandi responsabilità ci sono grandi onori, ma ci devono essere anche grandi oneri, ma stavolta mi sa che di oneri non ce ne sono.

Mi sembra facile prendersi la responsabilità così.

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Il Condottiero

E’ l’unica parola con mi sento di descrivere Mourinho, la sua dichiarazione finale dove dice che l’Inter ha dato il sangue evoca immagini di un tempo, quando si facevano battaglie e i comandanti erano appunto chiamati così.

Quando è stato espulso Motta sarebbe stato facile togliere un attaccante e mettere in campo un difensore, l’avrebbero fatto tutti, e invece no, siamo rimasti lì con la formazione iniziale a tenere botta, a resistere. E il cambio è arrrivato solo alla fine, quando ormai Milito non riusciva più a correre, quando aveva ormai dato tutto.

E’ andato a sfidare Guardiola proprio nella sua zona, per fargli capire che non si aveva paura lo stesso, anche in 10, ed ha avuto ragione, e alla fine l’immagine con il dito alzato al cielo mentre correndo impazzito per il campo va a prendere il suo trionfo richiama l’immagine di quando  nell’antichità i vincitori passavano attraverso l’arco di trionfo dopo una battaglia storica. Nonostante tutto questo a fine partita ha chiesto ai tifosi di andare all’aeroporto per ricevere la squadra, fatta da eroi. Non si tratta di falsa modestia, ma della grandezza di chi sa che senza il gruppo non si fa niente, non si è condottiero se non si ha chi condurre.

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